Parlare di Massimo Di Cataldo non mi risulta per niente facile. Forse perchè ho assistito ad un suo concerto senza conoscerlo in maniera adeguata o forse perchè sto scrivendo di lui rimanendo sempre nel mio sottile stato di ignoranza.
Comunque sia, in verità, averlo visto dal vivo non mi ha assolutamente spinto ad indagare di più sulla sua carriera, sulle sue canzoni. Per carità, sarei poco oggettiva se dicessi che nulla mi è piaciuto di quella serata: Di Cataldo ha cantato molto bene le sue canzoni, grazie anche ad un’intonazione assolutamente impeccabile. Inoltre lo spettacolo è stato organizzato nel migliore dei modi: originale l’idea di fare del concerto un viaggio spazio-temporale; originale la scenografia, con questi piccoli schermi sparsi per il palco a illuminare l’ambiente e a coinvolgere; originale la voce fuori campo, elettrica, che rappresenta il robot compagno di viaggio di Massimo durante quest’avventura.
Diciamo che, semplicemente, non fa per me. Oltre tutta questa oggettività, che depone a suo favore, ripeto, senza ombra di dubbio, devo parlare anche di quello che è arrivato a me, di quella parte di soggettività che nella musica è tanto importante. E questo mi fa dire che tutto mi è sembrato troppo perfetto. Per alcuni può essere stato proprio questo il punto di forza del concerto di Di Cataldo, ma per me no. Servono anche gli imprevisti, le risate non messe in conto, le parole sbagliate e quelle inventate. Altrimenti si rischia di apparire freddi, distanti, assenti… ed anche tutto il lavoro intorno, per quanto impeccabile, ne può risentire.